Puglia UTMB
..una gara lunga e un sogno di merda #55
Sono le sei e trenta del mattino e sono in macchina. Anzi, siamo in macchina: io, mia moglie e Forest, il cane che già a quell’ora ci guarda come se fossimo due idioti senza speranza che non lo lasciano dormire sul divano al caldo.
È sabato, ma sembra una domenica pre gara, senza rumori né bestemmie del lunedì mattina. Solo freddo, e quel silenzio che ti fa pensare già troppo presto. Sto decidendo se buttarmi in autostrada o sulla tangenziale, quando mi torna in mente il sogno che mi ha svegliato come uno schiaffo: uno di quei sogni che ti lasciano l’odore di sfiga addosso.
E mentre giro per la tangenziale, che cazzo, prendo sempre l’autostrada, eccole lì: luci rosse, luci blu, vigili del fuoco, ambulanze, sirene e l’inferno piantato a pochi metri da noi. Incidente mortale sulla strada. Mezzi pesanti che non arriveranno da nessuna parte.
Ottimo inizio, mi dico. Proprio come il sogno. Un gran bel segnale di merda.
Ci fanno deviare su una strada complanare, e si va verso Ginosa, Taranto. Tutti zitti. Io che penso al sogno. Fabri che non sa un cazzo.
Perché non gliel’ho raccontato? Perché era meglio se rimaneva lì, schiacciato tra i miei polmoni e la paranoia.
Nel sogno c’era questa cosa: mi sveglio e mi sembra di avere un tizio di cento chili sul petto. Uno che non ti vuole far muovere, uno che ti schiaccia a letto e ti dice “resta fermo, coglione”. E poi la scena: sono in auto, e non la mia, ma quella aziendale, già questo è un brutto scherzo, corro come un deficiente e finisco dritto in mare. Roba da cinema.
Solo che nei film i protagonisti si salvano. Io invece ero lucido come un chirurgo, ma inchiodato, immobilizzato, come se una forza bastarda mi aveva incollato al sedile. L’acqua che sale, la cintura che non si sgancia, il panico che non serve a nulla. L’unica cosa che si muove è la macchina che affonda. Io no. Io resto lì, perfetto idiota, in fondo al mare.
Un sogno di merda con i fiocchi.
E come glielo racconti a tua moglie, mentre ti accompagna a una gara di trail di trentacinque chilometri, dove ti vedrà saltare, correre forte e buttarti giù da non si sa dove? Che già mi sopporta, già pensa che sono uno che se la cerca.
Meglio stare zitti. Meglio lasciare i presagi dove stanno: al buio, dentro la testa.
Il navigatore dice che mancano cinque chilometri all’arrivo. Laterza. Pane incredibile, forse il più buono di tutti. Un paese che sembra uscito da un sogno al contrario: freddo, strade vuote, e un branco di atleti che si spogliano e si rivestono come se la vita dipendesse da una maglietta col numero sopra.
Accosto. Chiedo a una straniera se la partenza è lì. Mi guarda come si guarda uno che si è perso da solo: “Sì, è qui. Poco più avanti.”
Perfetto, siamo in orario. O almeno così mi racconto. Parcheggio, mi preparo con quella calma da condannato. Lascio anche un bel regalo alla natura: un ricordo caldo in mezzo alla brina. Una poesia, insomma.
Camminiamo verso la partenza e noto la prima mazzata della giornata: tutti i pettorali arancioni. Il mio, però, è giallo.
“Porca di quella miseria ladra.”
Non siamo dove dovremmo essere. Qui parte l’85 km. E noi stiamo nella città sbagliata. La testa ancora legata al sogno di morte o alla gara che si avvicina come una sentenza.
Risaliamo in auto bestemmiando sottovoce. Per fortuna Ginosa non è lontana. Cinque chilometri. Giusto il tempo di digerire la mia stupida distrazione.
Arriviamo. Ho voglia di un caffè come un uomo nel deserto vuole acqua. Fabri si prende un caffè e un cornetto gigante, e io guardo quel cornetto come si guarda una donna che sai benissimo di non poter toccare.
Tre morsi e sparirebbe. Ma non posso. Devo entrare in griglia, fingermi atleta, scaldarmi le giunture che scricchiolano come porte di un bar chiuso da anni. Iniziamo benissimo.
E poi eccola lì, la realtà che ti morde: questa non è una gara del cazzo. No. Qui ci sono settanta nazioni. Gente che arriva da tutto il mondo per ballare con la fatica. Il 75% sono stranieri. Il circo mondiale UTMB.
E io? Io lì, senza aver preparato nulla. Con la paura fottuta di spaccarmi un piede a un mese dalla maratona di Valencia.
Un dilettante nel grande spettacolo della sofferenza.
Ma ormai sono dentro. E quando sei dentro, l’unica è correre e sperare di non affogare.
Musica a palla, urlano come se stessimo per partire per la guerra e non per questa gara in mezzo ai sassi e alla polvere. Poi lo sparò. Boom. Si va.
Io parto piano. Così piano che mi verrebbe da chiedere al cronometrista se mi ha scambiato per un turista giapponese in visita guidata. Il terreno è una lastra di sapone, e io non ho intenzione di farmi fracassare le caviglie prima ancora di accendermi. Neanche un minuto di riscaldamento: il mio corpo è ancora al bar, pensando al cornetto di mia moglie.
Alla prima salita mi ritrovo imbottigliato come un cretino in coda al supermercato. Un single track bello stretto, nessuno spazio per passare. E allora mi adeguo. Quando posso, esco dalla traccia, rischio un volo, e supero qualcuno. “Calma, Verio,” mi dico, “questa gara è lunga. Fin troppo lunga.”
Poi finalmente un tratto corribile: apro il gas. I polmoni ridono, le gambe ringhiano come pitbull. Ne passo un bel po’, e là davanti vedo i primi bastardi: cinque o sei che fanno il ritmo della morte. Appena dietro un altro gruppetto, quelli che credono ancora di poter vincere. Li punto. Piano piano mi avvicino.
E la gara, Cristo, la gara è bella. Troppo bella per non maledirla. Tratti veloci dove sembra quasi di volare, strappetti bastardi dove il cuore ti punta il coltello alla gola, discese tecniche dove invece tiro il freno a mano e divento una vecchia zia col carrello della spesa. Ho paura. Paura vera. Di inciampare, spezzarmi un piede, mandare tutto all’aria a un mese da Valencia. Così ogni volta che la pendenza cambia e la terra trema sotto i piedi, il gruppetto davanti si allunga. Ma poi lo riprendo. Siamo animali legati dallo stesso elastico.
Non cambia mai troppo la mia posizione. Un paio li ho eliminati, dispersi dietro di me come pensieri inutili.
Vuol dire che sono lì: nelle prime posizioni, nel mucchio buono.
Per ora, si corre.
Ventesimo chilometro. Una parola corta ma bastarda, e all’improvviso gli organizzatori ci infilano dentro un giro in discoteca.
Il Nafoura. Cavoli che ricordi.
Lì dentro, da ragazzino, ci ho perso neuroni, dignità, e forse pure qualche pezzo d’anima. Ora invece mi accoglie una scalinata infinita e cambi di direzione che ti svitano le ginocchia.
Rilevamento tempo, ristoro, musica…
Io tiro dritto. Manco l’ombra del dubbio di fermarmi.
Non sono qui per le coccole.
Il percorso poi diventa una barzelletta amara: sulla carta dovevo andare forte qui, far vedere di che pasta sono fatto. Invece è una palude. Acqua, fango, un inferno viscido. Ogni passo una lotteria. Le scarpe pesano come debiti non pagati, i muscoli delle gambe lavorano per due, forse tre.
Mi metto in fila con il gruppetto davanti, e cerco di restare vivo.
Poi la caviglia fa crack.
Una scossa in testa, un lampo di terrore.
Nel cinema sarebbe il momento in cui la musica diventa triste.
Nella vita vera continua a correre e speri che tutto tenga.
Il piede tiene perfettamente. Io tiro un sospiro di sollievo.
Ma lo spavento te lo porti nel sangue.
Si esce dalla campagna e ci sparano sopra un viadotto interminabile. Cinque chilometri dritti verso la spiaggia e verso il destino che ti aspetta con una pala in mano.
Provo ad accelerare.
Niente.
La brillantezza è evaporata insieme al mio buonumore. Vado avanti contando i chilometri.
I miei compagni di gara allungano. Sono abituati a questo massacro. Hanno gambe educate al dolore.
Io?
Io mi limito a non mollare.
Stringo i denti e continuo a farmi del male, perché ormai l’unica uscita è l’arrivo. Il traguardo.
Mi accorgo che c’ho un ritornello in testa, una di quelle canzoni che si aggrappano al cervello.
E allora penso: “Cristo, ho il telefono nel vest”.
Lo tiro fuori. È fradicio, sporco di gel, come se l’avessi immerso in un mojito. Apro Spotify, dita intorpidite ma ancora abbastanza vive per cercare Salmo . Album 90 minuti .
Che Dio benedica il rap quando le gambe non ti ascoltano più.
Mai ascoltata musica in gara, nemmeno in allenamento. Sempre pensato fosse roba da fighette col fiato corto.
Invece mi salva il culo.
Nelle corse lunghe dovrebbero dartela d’ufficio: una playlist e una bestemmia da tenere in tasca.
Poi arriva la sabbia.
L’inferno firmato dalla natura, dagli organizzatori e da Marco Olmo (si ho pensato anche a lui).
Provo tutti i binari possibili: vicino all’acqua, lontano dall’acqua, in mezzo, fuori dai coglioni…
Niente.
Ogni passo è un macigno che affonda in un altro macigno.
È l’unico punto dove cammino.
Sì, cammino.
Un po’ per noia, un po’ perché sulla sabbia o sei un fenicottero o sei uno che si è allenato per correre su quella superficie.
L’arrivo però è una carezza: sento lo speaker che urla qualcosa come se fossi importante.
Risalgo la rampa e all’improvviso ritrovo le forze, o forse faccio finta e sorrido.
Una gara onesta, mi dico.
La verità?
Non sono morto.
Ed è già qualcosa.
Mia moglie sbuca mentre mi mettono la medaglia al collo.
Il bacio.
Forest abbaia incazzato come sempre: non sopporta gli applausi.
Ha ragione lui: il rumore della gloria è un fastidio inutile.
Lei mi infila una Coca Cola in mano, manna dal cielo, e io, rincoglionito e mezzo cieco, mi sdraio sulla prima cosa che trovo: una cassa acustica del palco.
Dopo un po’, non so quanto, mi accorgo che tutto il mio corpo sta vibrando.
La musica mi trapana la spina dorsale.
Bravo Verio.
Ti sei sistemato proprio sopra a 2000 watt.
Numero uno come sempre.
Mia moglie mi capisce fin troppo bene. Mi ha seguito tutta la gara, ha guardato ogni passo come se fosse un referto medico. Sa quando dentro di me ho dato tutto, e quando invece avrei potuto fare meglio.
E in tutto questo, follower, soldi, premi, brand, avversari… non contano un cazzo.
Questa è passione.
Quella vera.
Quella che ti fa svegliare all’alba e maledire la vita pur di sentirti vivo per un paio d’ore.
Io corro perché il mio nemico sta nella mia testa.
Il resto, Strava, le chat, le chiacchiere, possono marcire nell’inferno dei perdenti e dei mantenuti.
Se qualcuno ha pensato il contrario, si sbaglia. E pure di grosso.
Lei mi guarda e dice:
“Primo di categoria. Quattordicesimo assoluto. E quel gruppetto davanti lo vedevi ancora.”
Il sorriso. Una di quelle smorfie che sanno di sudore e fango fino alla testa.
“Bene”, le dico. “Chissà cosa staranno scrivendo i miei colleghi su WhatsApp… loro che mi aspettavano al varco in questo circo UTMB.”
Apro il telefono.
Messaggi bellissimi.
Insulti affettuosi.
Blasfemie creative.
Rido come un veneto al bancone che ha appena sentito la miglior bestemmia del mondo.
Alle sei mi premiano.
Salgo sul podio insieme ai mostri.
Lo speaker strilla qualcosa tipo:
“First Place Age Group, Team Hoka, Saverio Scattarelli”.
Forest abbaia più forte di lui, come se volesse dire al mondo che gli applausi sono un’offesa personale.
Fabri ride e filma tutto, per ricordarmi che sì: questa roba è successo davvero.
Torniamo verso casa, con la fame che ci morde lo stomaco.
Parliamo della cena, del futuro, della prossima follia.
Io la guardia e le dico:
“Il primo mattone del 2026 l’ho messo. L’avvicinamento alle Ultra è iniziato. Ho preso l’Index UTMB. Una Running Stone è in tasca.”
E lei capisce quello che intendo:
non è una pietra.
È l’inizio di un’altra lunga guerra contro me stesso.
Di quelle che non finiranno mai.
Come sempre se siete arrivati fin qui vi dico bravi e soprattutto grazie. Se mi leggete per la prima volta, io sono Verio e questa è “Fuga dalla realtà” una newsletter settimanale, anzi no mensile, anzi facciamo che ci scriverò quando ne ho voglia senza prendere impegni seriosi. Ho creato questa newsletter per parlarvi di corsa in un modo alternativo e magari ispirare qualcuno a cominciare. Per farlo al meglio vi dovrò senz’altro parlarvi di ciò che mi circonda, come mia moglie, il mio cane, la fotografia, i libri, la musica, il cinema, il cibo e anche qualche spettegulez.
Qui sulla pagina About troverete qualche info su di me, qui invece potete seguirmi su Instagram.








La tua caviglia ha fatto trasalire anche me!
E comunque si, hai ragione: "Che Dio benedica il rap quando le gambe non ti ascoltano più."
Grande Verio!