Mai Per Moda
..correre è un privilegio #57
Correre è un privilegio. Non sono parole mie, le ha scritte lo zio Tommy nell’ultima sua newsletter (leggi qui sotto se ti va).
Io ci penso da mesi, ma la verità è che non scrivevo da un pezzo. Ogni volta che butto giù qualcosa, rileggo il mattino dopo e ci vedo dentro troppa melma e premo cancella. Fanculo la newsletter, fanculo tutti.
Se non ho scritto è perché per un po’ mi hanno tolto l’unico giocattolo che mi tiene lontano dal manicomio. Correre. L’altro ieri ho scoperto di aver fatto dieci maratone. Credevo fossero otto. Non sono mai saltato lungo la strada e ogni volta ho limato il tempo. Ma il conto arriva sempre. A Barcellona nel mese di marzo, due settimane prima del via, qualcosa è andato storto.
Ho tagliato il traguardo sorridendo come un idiota, poi l’anca, il gluteo e il tensore hanno presentato la fattura. Ogni maledetto passo era uno spillo piantato nella carne. Così ho tirato i remi in barca e sono rimasto a marcire ai box fino a qualche settimana fa.
La gente romantica dice che correre è un privilegio. Balle. Per me il vero privilegio è gareggiare. Ho bisogno di un bersaglio fisso nel buio, di qualcosa per cui spaccarmi la schiena giorno e notte. Se dovessi correre solo per guardare il paesaggio, troverei un altro modo per ammazzare il tempo. A me serve lo sparo. Mi serve la trappola della tattica, il cronometro che ti sputa in faccia la verità. Battere il proprio record dopo mesi di fegato spaccato e sveglie all’alba è l’unica cosa che mi fa sentire vivo. Non mi frega di apparire migliore di altri zombie là fuori. Lo faccio per me stesso, prima che tutto svanisca.
A Barcellona, quando ho passato la linea del traguardo, ero solo. Mia moglie era a casa, a mille chilometri di distanza. Ho spento il Garmin, ho guardato lo schermo e ho pensato a lei. Ho immaginato la sua faccia mentre guardava lo schermo del cellulare, felice, mentre diceva: “Ce l’ha fatta, quel pazzo ce l’ha fatta anche stavolta”.
E ha ragione, non so come cazzo ho fatto. Quella preparazione è stata un bordello. Tre mesi passati a vivere in macchina, a mangiare schifezze, a dormire poco e ad allenarmi a ore in cui anche i ladri vanno a dormire. Il corpo era a pezzi, ma la testa era sintonizzata su una frequenza radio che non accettava nessuna interferenza.
La gara è stata un inferno gelato. Alla partenza si congelava peggio che a dicembre in mezzo alla neve. Ero in prima griglia ma sono rimasto imbottigliato in mezzo a una muraglia umana. Ho dovuto fare a gomitate. Il mio allenatore mi aveva detto di non rischiare, di fare il bravo. Ma le gambe erano le mie, la testa pure, e di asfalto ne ho mangiato abbastanza per sapere cosa fare. Ho puntato tutto sul Positive Split. All’attacco, subito.
I primi 21 chilometri sono volati a denti stretti. Mi sono messo a fare a sportellate con un paio di randagi che volevano tirare il gruppo. Mi piace il sangue, non ho mollato un millimetro. Passiamo alla mezza in 1h17’. Le gambe giravano. Poi, il primo pit-stop per pisciare. Quarantacinque secondi persi a guardare il muro. Riparto col mio passo, senza l’ansia di recuperare. Tre chilometri dopo, la vescica cede ancora. Altri quaranta secondi fermo. “Che giornata di merda”, penso. Mai capitato prima. Ma non rallento.
Al trentesimo chilometro il cronometro dice 1h50’. Significa che sto viaggiando verso le 2h37’. Un sogno assurdo. Poi la strada ha iniziato a sputarmi in faccia, gli ultimi 12 chilometri erano una salita costante che dal mare tornava in centro. Il ritmo è sceso a 3’50” al chilometro. “Tieni botta, Verio”, mi sono detto, “arriva al trentottesimo, poi la folla ti trascinerà dentro”.
Ho chiuso gli ultimi chilometri a 3’40”. Ho sentito degli amici urlare il mio nome, ho visto lo striscione. Ho alzato i pugni al cielo e ho bruciato gli ultimi 300 metri. Il tabellone diceva 2h38’, il real time 2h39’09”.
Mentre recuperavo il borsone, con le gambe inspiegabilmente intere, ho chiamato mia moglie. Io stavo in silenzio e lei parlava, mi diceva che non mi ha lasciato un attimo. Intanto mi sono guardato le ginocchia. Ho due vecchi tatuaggi lì. TESTA e CUORE. Li ho fatti una vita fa, prima che diventassero la scusa preferita di ogni runner della domenica.
Oggi vedi solo post di gente che scrive “Ho corso con il cuore”, “L’ho fatto mettendoci il cuore”. Una valanga di stronzate che mi fa venire voglia di lanciare il telefono contro il muro. Ma fatemi il piacere. Quando questi eroi della domenica si ritirano al trentesimo chilometro perché il tempo non è quello che volevano, quel famoso cuore dove cazzo è finito?
Perché non arrivi al traguardo strisciando anche se la giornata è storta?
La verità è che il cuore non serve a un cazzo se non hai le palle, e se non ti funziona la testa sei solo un uomo morto che cammina. Ci vuole la testa. Devi essere onesto con lo specchio. Se corri per dimostrare qualcosa agli altri, se corri per i mi piace, hai già perso. Finirà che odierai l’asfalto e tornerai a fare i tuoi tornei di padel o il calcetto del martedì sera con la pancia.
Cara corsa, io ti amerò sempre. Anche quando sarò un vecchio decrepito ti ricorderò come l’unica donna che non mi ha mai mentito. Ho la testa dura come il marmo e non devo dimostrare niente a nessuno. Solo a me stesso. E a mia moglie, che mi sopporta da quando sorge il sole a quando si spegne la luce.
Tutto il resto è solo moda. E le mode mi fanno vomitare.
Qui sulla pagina About troverete qualche info su di me, qui invece potete seguirmi su Instagram.





Tu sei quello che ogni tanto entra a gamba tesa e mi ricorda che sotto tutta la fuffa su VO2max, disciplina talebana e “allenare la mente”, stiamo comunque facendo la stessa cosa che facevamo alle elementari, solo che adesso invece del palo è un segmento Strava, invece di urlare “chi arriva ultimo paga!” adesso “lavoriamo sulla consistenza” e invece di ammettere che vogliamo arrivare prima inventiamo una narrativa molto adulta e presentabile.
Quella roba per cui, se uno parte, tu parti, se accelera, tu acceleri. Niente mindfulness, nient epiani quinquennali, solo cuore e fiato, tutto oltre la linea.
Tutta quell'altra roba che ci raccontiamo serve più a giustificare questa cosa qui che ad alimentarla, ma sto iniziando a pensare che ci divertiremmo molto di più se in iniziassimo davvero ad ammettere che quello che ci motiva è tcccare quel palo prima degli altri.
Riletto per la seconda volta e avrei già voglia di rileggerlo.
Grazie per gli spunti che hai saputo dare in questo pezzo ricco di emozioni contrastanti.
Emozioni che vive chi, come noi, fa a botte quotidianamente con l’orologio perché ha solo 24ore.